La Verna nella storia dell’Ordine
minoritico è stato un continuo richiamo alla vita contemplativa e presto
accanto alla cappella della stimmatizzazione di san Francesco sorse il
Romitorio delle Stimmate. La storia di tale istituzione, proprio per la sua
vicinanza al santuario, ha risentito del suo influsso, così come anche di
quello della Provincia Toscana dei Frati Minori di cui fa parte e della
Chiesa intera. Quindi non meraviglia che negli anni immediatamente
successivi al Vaticano II anche il Romitorio delle Stimmate attraversò
momenti di crisi e discussioni circa il proprio futuro, venendo meno la
realtà fino allora vigente. Dopo diversi tentativi di «attualizzazione» nel
1983 si diede inizio nuovamente alla vita del Romitorio delle Stimmate; in
occasione dei venticinque anni di presenza il 27 settembre 2008 in
collaborazione con l’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontifica
Università Antonianum si è svolta presso il santuario La Verna una giornata
di studio dedicata a «La riscoperta della vita eremitica e la famiglia
francescana».
Introducendo i lavori, p. Paolo
Fantaccini, ministro provinciale OFM della Toscana, ha collocato tale
incontro nella prospettiva dell’VIII Centenario della fondazione dell’Ordine
dei frati Minori (1209-2009). Paolo Martinelli, preside dell’Istituto
Francescano di Spiritualità, illustrando il tema Vita eremitica,
spiritualità di comunione e gli stati di vita del cristiano, ha messo in
evidenza l’importanza antropologica di coniugare individualità e vita
comunitaria. Infatti, nella vocazione ciascuno è chiamato per nome e non
come massa indeterminata; tuttavia, non si tratta di un individualismo
perché la chiamata implica sempre un riferimento alla comunità. Ciò vale
anche per la vita eremitica, la quale non può pensare la relazione con Dio
senza l’incontro con Cristo nel suo corpo ecclesiale. Ad immagine della vita
trinitaria, ognuno nella comunione ecclesiale è se stesso perché vive per
l’altro. In questo modo un autentico eremita vive la Chiesa, visto che la
sua vocazione inizia e trova compimento in essa. Proprio perché non si
tratta di un narcisismo spirituale, la vita eremitica trova il suo orizzonte
più autentico nella spiritualità di comunione, la cui radice sta nel mistero
eucaristico; ciò significa che ogni contrapposizione tra anacoretismo e vita
comunitaria è ridimensionato. Inoltre, il relatore ha affermato che
l’autenticità della vita eremitica è data non solo dalla comunione con la
Chiesa, ma anche dal suo rapporto con il mondo. Infatti, l’eremo è sì
separazione dal mondo, ma segnata da una dimensione escatologica, per cui
«l’eremita stesso con la sua esistenza indica non l’irrilevanza del mondo,
ma il suo destino». Senza tale prospettiva – in cui si cerca non l’«al di
là», ma il «Definitivo», come ha ricordato recentemente Benedetto XVI – la
vita ascetica diventa una alienazione dal mondo che conferma ultimamente la
sua mondanità, ossia una visione secolarizzata dell’esistenza, aliena da
Dio. L’«escatologico» in senso proprio è dunque Gesù Cristo stesso,
crocifisso e risorto in cui trova compimento l’umano desiderare. La vita
eremitica diviene così testimonianza del compimento ultimo della storia.
Martinelli ha inoltre ricordato la relazione tra la vita eremitica, la vita
consacrata e gli altri stati di vita del cristiano: non si tratta di
spartizioni di competenze all’interno della Chiesa. Al contrario,
esplicitando ciascuno stato di vita ciò che negli altri è implicito, la
vita eremitica rende esplicita la chiamata di ogni fedele a stare davanti a
Dio nella propria singolarità. Concludendo la sua relazione, ha invitato a
leggere la vita eremitica – e in modo similare quella claustrale e in modo
più ampio la stessa vita religiosa – «nella prospettiva non solo della
kenosi ma anche del mistero dell’ascensione nel quale, proprio nel momento
in cui Gesù si “separa” dal mondo mediante il distacco nel nascondimento, la
sua carne gloriosa di Signore Risorto siede alla destra del Padre, mostrando
in tal modo la più grande esaltazione del mondo, chiamato a dimorare in
Cristo nella vita divina».
Vittorina Marini della Pontificia
Università Lateranense nella relazione La vita eremitica degli ordini
religiosi nei documenti del magistero dal Vaticano II ha messo in
rilievo che «il Concilio ha permesso una rinnovata presa di coscienza della
vita eremitica in generale e conseguentemente ha aperto un processo di
rinnovamento per questa forma di vita solitaria, che riconduce la Chiesa
stessa alle origini della vita religiosa e all’essenziale della vita
cristiana come contemplazione del mistero divino». Infatti «i testi del
magistero, ci offrono la visione della ricchezza e della profondità della
solitudine illuminata dalla grazia e vissuta per Dio, allo stesso tempo ci
presentano il senso di questa dedizione totale, che testimonia
la sua radice nella
presenza percepita e riconosciuta di Cristo nella propria esistenza. La vita
eremitica, che trova la sua ragione d’essere in quanto risposta d’amore a
Dio, è ben evidenziata nei vari documenti, specie nella codificazione del
diritto della Chiesa latina del 1983, che ha concretizzato nella propria
legislazione l’attenzione da parte della Chiesa alle chiamate divine
personali». Quindi «dal
Concilio Vaticano II, nasce l’incoraggiamento della Chiesa per la vita
eremitica sia degli Ordini religiosi che dei singoli, si approfondisce il
suo valore apostolico e testimoniale e si apre la possibilità di un suo
concreto inserimento nel cuore della vita ecclesiale. Tuttavia, l’ecclesialità
della vita eremitica, non viene determinata dalla natura di un impegno
canonico formale, ma prima di tutto dal suo riconoscimento teologico, poiché
si colloca nel mistero di Dio e della Chiesa, nel mistero di Cristo e del
suo corpo mistico, sotto l’influsso dello Spirito Santo che la ispira e la
dirige». Dopo aver passato in rassegna i diversi pronunciamenti del
magistero – soprattutto la lettera Optimam partem di Paolo VI indirizzata nel 1978 ad André Poisson, ministro
generale dell’Ordine dei Certosini – Vittorina Marini ha evidenziato che
tali testi sollecitano l’inserimento della vita eremitica nell’ambito
ecclesiale e anche apostolico; in questo modo l’eremita risulta essere un
contemplativus in actione.
Andrea
Arvalli, frate minore conventuale, nel suo intervento La vita
eremitica nei documenti post conciliari delle famiglie francescane ha
evidenziato la terminologia, gli obbiettivi e la qualifica data agli eremiti
dai testi pubblicati dalle diverse obbedienze francescane – ossia frati
Minori, Conventuali e Cappuccini – per terminare indicando il contributo
dato al tema da ciascuna di esse. In tale analisi è emerso che i frati
Minori sottolineano la vita contemplativa come elemento tipico della
vocazione e testimonianza francescana, tanto da essere considerata non una
alternativa, ma un’asse portante della vita dei frati. Nei documenti dei
Conventuali emerge l’esigenza di adattare la vita eremitica alle necessità
dei tempi, vedendo in essa una risposta per i tempi presenti. Ma sono
soprattutto i Cappuccini ad avere avuto un grande e vivace dibattito in
merito al tema dell’eremo, visto come luogo propriamente di ritiro per i
frati e non come casa di preghiera aperta a tutti. Tale luogo è inteso come
uno strumento atto a sviluppare e intensificare la vita di preghiera, così
che tutte le comunità divengano maggiormente oranti; fondamentalmente
secondo tale visione tutte le comunità cappuccine sono chiamate a diventare
fraternità contemplative mediante una vero e proprio «carisma eremitico
diffuso». Secondo Aravalli quanto è contenuto nei documenti, pur affermando
la validità della vita eremitica nella vita francescana, appare
insufficiente e oscuro, come ad esempio per quanto riguarda il tempo di
permanenza nelle comunità di vita eremitica.
Nel dibattito al termine della prima
sessione di lavori, animato da Andrea Bellandi – preside della Facoltà
teologica dell’Italia centrale – è emersa la domanda se tale insistenza
sulla tematica della vita eremitica all’interno dei frati Cappuccini sia
dovuto anche al desiderio di adempiere il mandato conciliare di riscoprire
il carisma dei fondatori. In meritò a ciò Paolo Martinelli ha affermato che
spesso – anche a causa di una povertà ermeneutica con cui si è affrontata la
ricerca del carisma del fondatore – si è cercato l’intuizione delle origini
mediante una «sospensione» dal presente, con il risultato finale di non
riuscire a trovare il nesso con il presente e di ridurre il ritorno al
carisma del fondatore a mera «archeologia». A questo riguardo il dibattito
intercorso tra i cappuccini nel dopo Concilio è anche la prosecuzione della
tensione originaria della loro storia tra vita eremitica e presenza tra gli
appestati; rimanda anche alla dialettica eremo/città,
contemplazione/predicazione presente gia nei primi secoli del
francescanesimo. Da parte sua Leonhard Lehmann, dell’Istituto storico dei
cappuccini, ha messo in risalto che a volte si assiste ad un vero e proprio
controsenso per cui si vuole tornare alle origini e contemporaneamente
confrontarsi con le sfide del presente. Inoltre il ritorno al carisma del
fondatore a volte è diventato un volere tagliare l’albero della propria
storia perché sembra non essere il seme delle origini cui si vuole
ritornare, ottenendo così la morte dello stesso, invece che il suo
rinvigorimento; meglio sarebbe adottare il linguaggio evangelico che parla
di potatura affinché porti più frutto. Al termine del dibattito Andrea
Arvalli ha indicato come questione aperta in attesa di risposta il fatto che
l’ispirazione molto alta alla vita eremitica, così ben affermata dai
documenti, trova fatica a essere tradotta in termini fruibili istituzionali,
ad esempio tramite un direttorio.
La seconda sessione della giornata è
stata aperta da Valentino Ghiglia, frate minore, che ha illustrato
Documenti e decisioni della Provincia Toscana circa l’eremo de La Verna,
iniziando dagli anni Sessanta. Infatti in tale periodo di rinnovamento e
anche di crisi «si sperimenta molto e ci sono profonde tensioni in
Provincia». Una prima idea fu quella di destinare il Romitorio delle
Stimmate all’animazione vocazionale mediante la presenza di una fraternità
dedita alla contemplazione, penitenza e apostolato; tuttavia ci si trovò
immediatamente davanti al problema di trovare persone disponibili e adatte
per tale attività. Successivamente, soprattutto in occasione dei
settecentocinquanta anni dalle stimmate di san Francesco (1974) e della
morte del Santo (1976), il santuario de La Verna fu indicato come luogo di
riferimento per la preghiera e la vita con Dio. In questo modo si accentuò
il nesso tra vita di preghiera e accoglienza vocazionale caratterizzante la
nuova fisionomia che si voleva dare al Romitorio. Grazie anche un
approfondimento esistenziale da parte dei frati che condusse alla riscoperta
del valore della comunione, nel 1982 si decise di destinare il Romitorio ad
una comunità stabile di frati dediti unicamente alla vita eremitica;
l’inizio ufficiale fu nel 1983, accompagnato dalla fatica di stendere un
direttorio che rendesse vivibile quanto si era proposto. Secondo Ghiglia in
questi venticinque anni di vita del Romitorio delle Stimmate si possono
distinguere diverse fasi, ossia ispirazionale all’inizio, l’elaborazione del
carisma negli anni 1982-1988, una successiva crisi dovuta al distacco
conoscitivo da parte dei frati della Provincia religiosa ed infine, come
mostrato dal presente incontro di studio, una maggior comprensione del
carisma.
L’intervento di padre Eugenio
Barelli, Il Romitorio delle Stimmate: venticinque anni di presenza,
ha attinto molto dalla diretta esperienza essendo il relatore uno dei frati
presenti in tale eremo. Punto di riferimento ideale è la Regola di vita
negli eremi scritta da san Francesco che, mediante il rimando alle
figure evangeliche di Marta e Maria, distingue i frati dimoranti negli eremi
tra coloro che hanno l’incarico dei servizi e quelli dediti alla preghiera,
definendo i primi come madri che si prendono cura dei secondi quali figli.
Quindi la vita eremitica in una visione francescana risulta caratterizzata
da una forte componente relazionale e ciò, secondo Barelli evidenzia che
«solo in quanto Chiesa l’eremo conduce alla vita trinitaria». La vita
fraterna in povertà unisce la preghiera e la relazione, l’amore di Dio e dei
fratelli e in questo modo un romitorio francescano risulta sempre inserito
nella più ampia fraternità provinciale.
Cristiana Mondonico, badessa del
Monastero delle clarisse di Gubbio, illustrando Vita eremitica e carisma
degli ordini francescani, dopo aver presentato le profonde tensioni
presenti nell’ordine minoritico a metà del Duecento proprio in merito alla
presenza dei frati negli eremi, ha evidenziato che invece in santa Chiara
d’Assisi c’è stata una sintesi tra vita comunitaria e contemplazione.
Infatti la comunità di San Damiano risultava essere un “eremo fraterno” e
questo perché la regola era la stessa forma di vita di Cristo. In questo
modo ciò che per i frati risultava essere la nostalgia dell’eremo per Chiara
e le sorelle era una vita. Essendo la vita eremitica relazione con Dio e
con i fratelli, essa rimanda al cuore del cristianesimo: infatti non è
fuori, ma dentro le relazioni fraterne. La povertà allora è un silenzio del
cuore, spoglio di ogni cosa, svuotato per accogliere l’altro, proprio come
mostra il racconto Della vera letizia in cui san Francesco pone la
vera gioia non nei successi – anche dell’apostolato – ma nella misericordia
vissuta verso i fratelli. Mondonico rileva che nella storia francescana vi è
stata una parabola storica e carismatica in un continuo richiamarsi della
solitudine eremitica e la vita comunitaria; il tutto in un cammino di cui
essere grati.
Al termine della giornata mons.
Gianfranco Agostino Gardin, segretario della Congregazione per gli istituti
di vita consacrata e le società di vita apostolica, riprendendo quanto
emerso nelle relazioni ha posto l’accento sulla vita eremitica come luogo in
cui si evidenzia la chiamata non a fuggire il mondo, dichiarandolo
inconsistente, ma la mondanità. A riguardo della riscoperta della vita
eremitica in un ordine religioso il timore è che sorga una conflittualità
tra coloro che si dedicano ad una vita prettamente contemplativa e chi è
coinvolto nell’apostolato. Ciò può essere evitato mediante la valorizzazione
della ricchezza della complementarietà e una sorta di «santa invidia» per
ciò che l’altro vive. Proprio questa complementarietà fraterna secondo
Gardin risulta essere la ricchezza della vita francescana.
Un incontro questo svoltosi a La
Verna, che ha visto interagire l’esperienza dei frati che vivono presso il
Romitorio delle Stimmate e un centro di riflessione teologica come
l’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontifica Università Antonianum
in Roma, eloquente gia in se stesso in quanto superamento di quella
spaccatura tra spiritualità e teologia definita da Hans Urs von Balthasar
come una delle problematiche principali della teologia contemporanea.
Certamente la lettura ponderata delle relazioni che verranno pubblicate nel
2009 nella rivista «Studi francescani» di Firenze sarà un’occasione per
approfondire ulteriormente sia il tema della vita eremitica sia le ragioni
del sorgere e continuare nel tempo del Romitorio delle Stimmate.
Pietro Messa, ofm
Pontifica Università Antonianum - Roma